la fotografia ai tempi dei social

Cosa significa essere un fotografo oggi che sono tutti fotografi e che i mezzi per scattare sono alla portata di chiunque? Cosa vuol dire fare fotografia e qual è il ruolo di chi per lavoro crea contenuti visivi?

Ogni tanto fa bene soffermarsi e pensare a quello che si sta facendo.

Ecco, allora ho buttato giù qualche considerazione per riflettere su alcune cose che a volte può capitare di mettere da parte.

Perché nessuno è immune dalla trappola del like facile, dall’ansia di riempire un quadratino solo per esserci o – peggio ancora – di scattare una foto perché si deve, senza metterci abbastanza testa.

È una questione di etica

Ok, non sono un cardiochirurgo e dal mio lavoro non dipende la vita di nessuno ma resta il fatto che l’uso che si fa di un mezzo di comunicazione è importante.

Mi dico – e mi dicono – che dovrei pubblicare di più su Instagram, ma penso che la quantità non sia sinonimo di qualità. La verità è che siamo talmente invasi dalle immagini che in mezzo a questo marasma è difficile trovare qualcosa di davvero originale e – soprattutto – farne capire il valore.

Lo dimostra un account come Insta Repeat che mette insieme una serie di scatti stereotipati molto simili, diciamo pure identici, tra loro.

“In ogni immagine ripetuta c’è un doppio tradimento: quello dell’immagine originaria e quello dell’idea creativa. La prima immagine – quella copiata e declinata in mille varianti sempre riconoscibili e noiose fino allo sfinimento  –  resta un ricordo; l’idea creativa non affiora più, perché non c’è creazione. C’è un affidarsi cauto al già visto.”

Martino Pietropoli

Le fotografie devono essere buone, non belle

Una foto bella, che mostra e basta, è solo estetica. Mentre una buona foto racconta, incuriosisce, stimola una riflessione, genera una sorta di tensione che porta a farsi delle domande. Ci chiede una risposta in cambio.

Non vuole essere fruita passivamente, non è solo un tiepido contorno. Ha carattere. Aggiunge qualcosa, altrimenti via. Non serve.  

Fotografare vuol dire prendere una posizione

La fotografia è un linguaggio con una grammatica tutta sua. Avere qualcosa da dire è la cosa più importante. Il già visto di cui si parlava sopra è dietro l’angolo ma non deve essere una scusa: si può anche scegliere un argomento banale e provare a svilupparlo a modo proprio. Ispirarsi e documentarsi è doveroso ma continuare a guardare quello che fanno o dicono gli altri, assecondando il gusto comune, non aiuta a sviluppare un proprio punto di vista.

La fotografia richiede coraggio

Sviluppare un proprio punto di vista vuol dire scegliere cosa dire (o non dire). Decidere come farlo e soprattutto perché.

‘Decidere’ deriva dal latino e vuol dire tagliare via. Chiedersi cosa tenere e cosa scartare.

In fotografia si taglia via continuamente, si sceglie di inquadrare o di mettere a fuoco solo una porzione di realtà, quella che serve a raccontare ciò che voglio raccontare.

Tutto quello che inserisco all’interno dell’inquadratura dice qualcosa ed è una mia responsabilità. Perché scelgo dove farti guardare e ti do la chiave per leggere l’immagine.

L’atto fotografico non è un gesto meccanico

Molti sono convinti che scattare una foto sia una questione tecnica o che basti avere l’ultima fotocamera uscita sul mercato.

No. Lo strumento con cui scattiamo è solo un mezzo. Dietro c’è una persona che pensa e agisce a seconda della propria sensibilità.

Alzare la macchina fotografica davanti a un monumento che fotografano tutti non è un obbligo. Ma se vogliamo portarci a casa quel ricordo, facciamolo almeno con uno spunto personale.

Che non vuol dire essere originali a tutti i costi o infrangere le regole facendo foto storte perché sembra più artistica, per carità.

Ma nemmeno produrre scatti che chiunque potrebbe fare. Cerchiamo qualcosa che abbia senso e condividiamolo non tanto per compiacere ma solo per raccontare qualcosa in più (di noi, di un luogo o di un momento).

“Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e che per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.”

L’avventura di un fotografo” Italo Calvino

Il compito del fotografo è indicare una strada

Non c’è un unico modo di scattare una fotografia. Ci sono cose tecnicamente giuste e altre sbagliate. Ma il fotografo non è solo un tecnico.

Il fotografo ha il compito di accompagnarti a vedere qualcosa, di portarti dalla propria parte ad incontrare la propria opinione, in una conversazione che coinvolge tutti i presenti: chi scatta, chi guarda e l’immagine stessa. Se tutto funziona si instaura un dialogo e si crea una relazione.



Questo post nasce soprattutto per mettere in ordine una serie di cose che mi giravano in testa da un po’, smosse da una recente chiacchierata con l’amico – collega e maestro – Damiano, che voglio ringraziare per il supporto e gli insegnamenti.


Per una buona fotografia

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